venerdì 1 giugno 2012

IL PRIMO VIDEO



Perché i politici greci e italiani sono così scadenti?

 
 In Grecia, il leader conservatore Antonio Samaras ha insistito nell’indire le elezioni all’inizio di questo mese, le quali hanno però determinato una drastica riduzione dell’appoggio al suo stesso partito e hanno indotto il Paese verso un cammino che potrebbe vederlo schiantarsi fuori dall’euro.
In Italia, politici guidati dal premier travolto dagli scandali, Silvio Berlusconi, sono stati costretti ad ammettere di non essere in grado di gestire una crisi che ha portato il Paese vicino alla catastrofe finanziaria lo scorso anno ed hanno delegato il compito di salvare la situazione al tecnocrate Mario Monti.
Questi sono solo alcuni dei pasticci compiuti da politici già largamente disprezzati in Grecia e in Italia, dove la gente protesta per la mancanza di una forte leadership nel momento di maggior bisogno, chiedendo perché questi leader abbiano fallito in modo così spettacolare.
I politici di Atene, dopo le elezioni del 6 maggio, non hanno fatto altro che perdere tempo in furiosi battibecchi invece di trovare una via d’uscita da una minacciosa strada senza uscita, costringendo il Paese a una nuova e altamente imprevedibile elezione il mese prossimo.
Il Partito della Nuova Democrazia di Samaras e i socialisti del PASOK, che insieme hanno dominato la Grecia per quasi quarant’anni, hanno visto i loro voti scendere dal 77% al 32% il 6 maggio, dopo una campagna elettorale disastrosa. Il carismatico di sinistra Alexis Tsipras ha compiuto enormi passi avanti a loro spese, opponendosi al programma di salvataggio UE/FMI. “In termini di strategia e di campagna, è stato terribile”, ha dichiarato Costas Panagopoulos della società di sondaggi ALCO.
Anche ora stanno mostrando scarsa propensione a spiegare che il nuovo voto del 17 giugno sarà una scelta netta fra restare nell’euro o essere buttati fuori, sebbene tale messaggio possa riportare voti ai partiti tradizionali sottraendoli a quelli che hanno sostenuto Tsipras nel primo voto.
Alle elezioni amministrative di questo mese gli italiani hanno dato un grosso schiaffo in faccia ai partiti tradizionali, in particolare all’alleanza di centro-destra che ha sostenuto Berlusconi, fornendo un successo senza precedenti a un gruppo di protesta guidato dal comico dai capelli arruffati Beppe Grillo che definisce i politici una “diarrea”.
I numerosi scandali di Berlusconi, in testa ai quali c’è lo sconcertante caso sessuale “Rubygate”, hanno paralizzato la sua capacità di combattere la crisi del debito della zona Euro, che era iniziata in Grecia e hanno costretto il grande uomo di spettacolo a ritirarsi per dare spazio a Monti lo scorso novembre.
Tutti i grandi partiti in Italia sono attualmente macchiati da scandali per corruzione ad alti livelli. Anche la separatista Lega Nord – alleata chiave di Berlusconi – è stata devastata da un’indagine per corruzione, nonostante questo partito fosse stato fondato proprio per combattere la corruzione.


Chi metterà incinta l'Italia depressa


Sia chiaro, non verrà nessun messia a salvare l'Italia. Però è una ginnasti­ca salutare sporgersi inSia chiaro, non verrà nessun messia a salvare l'Italia. Però è una ginnastica salutare sporgersi in piena notte sul davanzale del giorno che verrà. L'Italia ha bisogno di qualcuno che la metta incinta. Sì, proprio incinta. Non penso a un Miracoloso Salvatore nel ruolo di stallone. Penso a un movimento fresco, che parta da pochi, a un'idea che si trasmette come una scossa elettrica per svegliare gli italiani dalla rassegnata depressione. Non ci salveremo se continueremo a pensare che la crisi dell'economia si salvi con l'economia. È ovvio che occorrono risposte adeguate ed efficaci sul piano economico, che ora non vediamo.

Ma questa crisi economica non si risolve sul terreno in cui esplode, con i soggetti che l'hanno, non dico provocata, ma almeno accompagnata. Ci vuole un salto. Ci vuole un sentire che preceda l'economia. Abbiamo bisogno di ritrovare moventi per vivere, per osare, per ricominciare. E quei motivi non ce li dà l'economia. Va attivata la voglia di ingravidare il futuro, attingendo a serbatoi più profondi, biospirituali, se mi passate l'oscenità. Ripartiamo dalla comunità-Italia. Tabula rasa del presente, ripensamento del passato, proiezione nel futuro.
Riconnettersi alla vita. Più giovani, più donne, più talenti rimpatriati. L'Italia da amare, anche se è abbreviativo d'amarezza. Queste svolte non si studiano a tavolino. Ma dobbiamo propiziare un clima, predisporre un'accoglienza, perché poi quella scintilla, venuta da chissàdove, scatti e infiammi. La situazione è grave, ma può diventare gravida.

A Lissone




Sta sera 1" consiglio Comunale a Lissone
Da 65 anni mai la sinistra era stata al governo...
I cittadini di centro destra hanno voluto Non Votare e questo è stato il risultato....
Sarà un Bene ?? O fra poco saranno li a lamentarsi di questo nuova Amministrazione.
Vi terremo informati su quello che sarà....


Venerdì sera, a Lissone, alle 20.30, presso la Sala Consiliare del comune, si alzerà ufficialmente il sipario dell'era Monguzzi, con l'insediamento del consiglio comunale, il giuramento del sindaco e la nomina della squadra amministrativa. Per la prima volta, inoltre, il consiglio lissonese sarà ripreso da un'emittente che trasmette sulle frequenze che furono di Tele Lissone. «Non ancora in streaming – precisa il neosindaco, Concetta Monguzzi – perché manca un componente che stiamo acquistando».
«Intendiamo portare nelle case dei nostri concittadini – ha proseguito Monguzzi – questa importante fase di governo, nel segno della trasparenza. I miei primi giorni da sindaco? Impegnativi, toccare con mano e rendersi conto delle diverse problematiche che gravitano attorno a una città come Lissone richiede molta attenzione. Ma siamo pronti e molto motivati».

Angelo Melloni

I grilli / I GRILLI
Angelo Mellone
Dì qualcosa di destra
Da «Caterina va in città» a Paolo Di Canio
introduzione di Claudio Velardi

Nonostante la retorica della Seconda repubblica, nel nostro Paese sopravvive l’idea di una destra minoritaria, socialmente reazionaria, antropologicamente bacchettona, culturalmente arretrata e destinata a subire il processo di modernizzazione anziché generarlo. Si tratta di una falsa rappresentazione, che fino a oggi né la classe politica né tanto meno quella intellettuale sono state in grado di capovolgere. Il libro di Mellone, definito nell’introduzione da Claudio Velardi "un campionario puntuale di quanto si muove di nuovo e di interessante nella destra italiana", prova a sfatare questo "mito negativo". Rivelando l’esistenza di una destra italianissima radicata nella società, dinamica, creativa, serenamente postideologica, che si muove tra i fenomeni di costume, il dibattito intellettuale, le culture popolari, l’immaginario diffuso: dal cinema alla letteratura, dalle curve degli stadi al mondo imprenditoriale, dalle occupazioni "non conformi" agli sport estremi, dal pop-fascismo a D&G, dalle fiction alle tendenze gastronomiche. Eppure, sostiene l’Autore, dire "qualcosa di destra" oggi, nel nostro Paese, è ancora complicato. Perché? Il libro, un’originale narrazione a cavallo tra l’analisi sociologica e la cronaca giornalistica, cerca di rispondere a questo interrogativo, che rimanda al carattere articolato, complesso e affascinante della destra italiana, alle difficoltà della politica a interpretarla, e alla speranza per una "svolta riformista" che tarda ad arrivare.
Angelo Mellone (Taranto, 1973). Giornalista professionista, è editorialista del "Secolo d’Italia" e collaboratore del "Riformista". Ha conseguito il dottorato in comunicazione presso il Dipartimento di scienza della politica e sociologia dell’Università di Firenze, e svolge attività di ricerca al Dipartimento di Scienze storiche e socio-politiche della Luiss di Roma. Ha pubblicato Il circuito politico-mediale (2002) e L’apparenza e l’appartenenza (con Bruce I. Newman, 2004).
La tragica solitudine del Papa
Il pontefice porta sulle sue spalle la crisi della Chiesa e il declino della tradizione euro­pea, il duplice tramonto della fede e del­l’intelligenza, che patisce da papa e da pensatore
di Marcello Veneziani - 29 maggio 2012
Date una carezza al Papa. Benedetto XVI è una figura tragica e solitaria. Porta sulle sue spalle la crisi della Chiesa e il declino della tradizione europea, il duplice tramonto della fede e dell’intelligenza, che patisce da papa e da pensatore.
Era pronto alla sfida del nichilismo ma si trova a dover rispondere alla maldicenza e al malaffare. Voleva misurarsi con l’ateismo pratico d’Occidente e invece è costretto a rispondere di storie miserabili: prima la pedofilia, poi gli scandali e la corruzione, la guerra dei veleni in San Pietro e perfino vecchi delitti adombrati. Non sono novità per la Chiesa, ma stavolta c’è pure la fede spenta.

Il Papa denuncia la crisi religiosa e delle vocazioni, ma poi deve vedersela con le macchine del fango e le fogne a cielo aperto del Vaticano. Si capisce che è a disagio, non è il suo mondo e non ha neanche la gloria del perdente, la fama e l’affetto che circondavano il suo predecessore. Parla da filosofo e la gente non lo capisce, lo contestano, le sue diagnosi acute sono incomprese o inascoltate, accolte con sussiego dagli osservatori profani, laici illuminati e atei devoti, che lo esortano a dimettersi come se fosse un Bossi qualunque a cui hanno scoperto le paghette dei figli.

Forse lui lo vorrebbe, ma un papa non può dimettersi, non guida un partito o un governo; e una crisi come questa diverrebbe con le sue dimissioni una catastrofe, quasi l’avverarsi della sinistra profezia di Pietro II che chiude i duemila anni di cristianità. È solo e lontano, il Papa, come il suo Dio. Patisce il papato.

Basta con i moderati

Non ne posso più di sentir parlare di moderati. E di veder associata la parola moderato a una carrellata di eccessi e smoderatezze. Non è la tiepida pisciatina del moderatismo la risposta adeguata ai problemi gravi, alla rabbia e alla disperazione d’oggi.
Sì, capisco il target e la ragione: accusare gli avversari di estremismo e compattare la maggioranza del Paese che dicesi moderata perché votava una volta la Dc, i partiti laici in funzione antisinistra, più qualche scampolo di destra al seguito,con guinzaglio. Ma l’espressione non dice nulla, non suggerisce un’idea di governo, un progetto per l’Italia, una cultura, un’identità; indica solo un temperamento, un tono e un modo. E su quel piano, se penso ai moderati degli ultimi anni sempre sopra le righe, o peggio ai loro alleati rozzi e scalmanati, mi viene da ridere a chiamarli così.

A me piacerebbe, al contrario, vedere leader e movimenti moderati nei modi e nei costumi, ma radicati e radicali nei contenuti, negli azzeramenti e nelle proposte. Però a questo punto perché chiamarli moderati? Diciamoli gentili, sobri e rigorosi, per le signorine di buona creanza definiamoli garbati, rispettosi degli altri, avversari inclusi; insomma con stile. Ma i contenuti no, non sono moderati.

Qui ci vogliono misure che non c’entrano con la moderazione: altezza e profondità, senso della grandezza e visioni lunghe. Gli italiani, diceva Longanesi, «sono estremisti per prudenza»; ma spesso sono moderati per oltranza. Moderati? Ma per favore, non pettinate le bambole in pieno sisma...